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Cristina pediatra in Nigeria:

Dalla News Letter di "MEDICI SENZA FRONTIERE" riporto la testimonianza di Cristina, pediatra, di recente rientrata da una missione di 6 mesi a Dakoro, in Niger
(qualunque commento ne ridurrebbe il valore):

Vi scrivo da...Dakoro
20/11/2007 - Pensando al Niger sul divano di casa. Sono tornata da circa un mese dalla mia prima missione a Dakoro dove ho vissuto 6 mesi. Alla classica domanda “allora, com'è andata?” ormai ho una serie di risposte più o meno pronte, già rodate e prestabilite in base all'interlocutore e al momento in cui ci si trova. Di solito inizio dicendo “Bene, il bilancio è positivo, in salita i primi mesi, poi ci si abitua più o meno a tutto: superlavoro, gran caldo, convivenza circa quotidiana con la morte” nulla di più scontato a quanto pare, specie per i medici e ancor peggio per i pediatri che come me non hanno visto morire un bambino durante tutta la specialità. Il fatto di non essere i primi a raccontare queste cose e quindi di non essere molto originali, dovrebbe da qualche parte rassicurare e confortare. Ma non funziona esattamente così... Il progetto di Dakoro è molto interessante perché si rivolge a tutti i bambini da 0 a 5 anni (non solo i malnutriti) e alle mamme incinte o allattanti (praticamente tutte le donne del Niger) fornendo loro gratuitamente l'accesso alle cure primarie. Il distretto in cui si opera copre un'area in cui vive circa mezzo milione di persone; MSF collabora con il Ministero della Salute locale nell'Ospedale di Distretto (a Dakoro) e in 7 ambulatori satellite. Il nostro gruppo era quello deputato all'apertura del progetto. Mi avevano detto:”vedrai, l'apertura è sempre molto interessante, imparerai un sacco di cose”. Ed in effetti così è stato (facile dirlo a posteriori, quante volte ho pensato: “sono pazzi quelli che mi hanno mandato qui”). Se già mi sembrava difficile fare test e colloqui per l'assunzione del personale per la pediatria, stabilire i turni e decidere ciò che mi serviva per lavorare in ospedale, al momento dell'apertura mi sono resa conto che il bello doveva ancora incominciare. Nel pomeriggio del giorno dell'inaugurazione già avevamo riempito i letti disponibili e iniziato a sistemare i bambini per terra... I primi 2 mesi non vorrei davvero riviverli, fortunatamente in molti sostengono che siano irripetibili. Ricordo in modo così vivo l'angoscia che provavo al mattino prima di andare al lavoro al pensiero di cosa sarebbe accaduto quel giorno: più di tutto mi schiacciava il peso della responsabilità delle morti dei bambini per i quali non ero sicura della diagnosi. L'arrivo di un altro medico nigerino mi è stata di enorme conforto in questo senso. Credo di essere stata piuttosto sulle mie i primi tempi con il resto del gruppo di expat, ma alla sera non sopportavo neanche di vedere qualcuno ridere o fare una battuta, il mio pensiero era fisso all'ospedale, mi sembrava di fare il lavoro più “sporco” di tutti, invidiavo il lavoro di Lieselotte (health promotion), sempre in giro a fare interviste... Questa è stata la mia visione iniziale. Non so dire cosa sia cambiato in seguito, ma ho iniziato a vedere anche i bambini che uscivano guariti dall'ospedale, a non incaponirmi in casi irrisolvibili ed a capire e accettare (cosa molto più complicata) i limiti della nostra presenza laggiù dove i bisogni sono infiniti e le risorse, seppur sostanziose, pur sempre limitate. Credo di essere diventata più cinica e un po' disillusa, ma da qualche parte anche più ricca nel senso di essenziale. Ora, ritornata in Italia, cerco la mia strada. Penso di dover ritarare i livelli dei bisogni materno-infantili se non voglio sentirmi frustrata al primo giorno di lavoro. Senza dubbio essere pediatri qui è fare un altro mestiere, ma allo stesso tempo, come ha recentemente scritto il mio caro maestro Franco Panizon (editoriale di Medico e Bambino ottobre 2007) anche qui “certamente che c'è bisogno della pediatria, ma di una pediatria che aiuti, di una pediatria che orienti, di una pediatria che guidi le famiglie all'autonomia, non alla dipendenza. Una pediatria pulita, che curi e ricoveri quello che c'è da curare e ricoverare, e non altro, che non crei bisogni ma cultura, che cerchi soddisfazione non nell'esistere ma nell'avere uno scopo”. Fortunatamente i bambini sono più o meno gli stessi dappertutto; non si può dire la stessa cosa del resto, a cominciare dalle madri. Due mondi così diversi e nemmeno poi tanto lontani...mi stordisco ogni volta che ci penso. A Dakoro ero soprannominata “la mamma di tutti i bambini”, le madri dei bambini che morivano mi ringraziavano perché avevo provato a fare qualcosa per loro...cos'altro resta da dire? Penso di aver ricevuto molto dal Niger, sicuramente più di quanto ho tentato di dare. Devo dire che l'essere medico è una condizione privilegiata per il tipo di condivisione che porta con sé, per “la vicinanza fisica con quella terra, quel sentimento che si prova soltanto a contatto con l'umanità nella sua realtà di sofferenza, l'odore della pelle, il sudore, il sangue, il dolore, la speranza, la scintilla che talvolta si accende nello sguardo di un malato quando la febbre si allontana, o quel secondo eterno in cui il medico vede la vita spegnersi nella pupilla di un uomo in agonia” (JMG Le Clézio L'africano Instar libri). È proprio così, ma il brutto si dimentica e il bello resta.

Cristina, una pediatra inquieta.