Qualche volta divento fredda come se non fossi una persona e il cuore batte in fretta come se fosse in cielo”, lo dice piano, lentamente, con lo sguardo basso e le mani appoggiate sulle ginocchia. Sulla seggiola di legno sembra una bambina intimidita davanti allo sguardo dell’infermiera che con un dito le abbassa una palpebra, guarda le congiuntive, e nota che sono bianche, pallide, anemiche.
In Malawi, a Namwera, nel distretto di Mangochi, ci sono i malati, c’è qualche farmaco, c’è un’infermiera con una montagna di buona volontà ma non c’è un laboratorio. Qui la diagnosi di ogni cosa si fa sulla base dei segni e dei sintomi: si ascolta il paziente, lo si lascia parlare, si raccoglie la più grande quantità di informazioni possibile, lo si visita e poi si fa diagnosi... e si inizia la cura, se si può.
Avvolta nel suo citenje - un tessuto variopinto che qui funge da abito, da tovaglia, da lenzuolo, da valigia - saldamente legato in vita, la giovane donna si alza in piedi, ringrazia, chiude in un nodo del suo tessuto la bustina contenente i farmaci che dovrà assumere e si allontana. Camminerà per venti chilometri prima di arrivare alla sua capanna. Mentre esce dal dispensario, sotto un piccolo portico, aspettano una quindicina di persone ma prima della fine della giornata saranno almeno cinquanta i pazienti visitati sotto il tetto metallico del piccolo ambulatorio di Namwera. Entrano donne coi piccoli legati sulla schiena, uomini con tossi catarrose e malattie sessualmente trasmissibili, ragazze con piaghe, qualche anziano con ipertensioni impressionanti. Sembrano tutti malati comuni ma fra di loro una larga maggioranza viene per problemi correlati all’Aids.
Il chichewa, la lingua che si parla in questa zona del Malawi, è un idioma semplice, non ricco di astrazioni. È una lingua che non permette di dare il nome ad una cosa che non si vede e così qui l’Aids viene comunemente chiamata kachirombo: l’insetto cattivo. Naturalmente non è comune sentirne parlare, ma le persone, fra di loro, quando fanno riferimento all’infezione da Hiv, è così che si esprimono. E la temono, ne hanno paura. L’insetto cattivo qui ha punito sessanta persone su cento. Una vasta parte della popolazione è sieropositiva e frequentemente non ci si sottopone al test di depistaggio se non quando le infezioni opportunistiche sono comparse, quando il ricorso alla terapia antiretrovirale è una vera urgenza. Naturalmente i dati ufficiali offerti dal governo in carica portano a risultati diversi, ma in tutti i servizi che abbiamo visitato nella regione di Mangochi, tutti i sanitari che qui abbiamo interpellato hanno confermato che più o meno la metà della popolazione è da considerare sieropositiva. La situazione è ugualmente catastrofica nelle piccole città e nei villaggi, nei posti di passaggio e negli abitati che sorgono a ridosso delle missioni religiose. L’Aids qui c’è e si vede, si sente, si tocca ad ogni istante.
In Malawi si distribuiscono due diverse marche di preservativi; entrambi costano poco, 30 kwacha, come una coca cola. Ma ugualmente nessuno li compra.
La provincia di Mangochi è a maggioranza musulmana anche se il Malawi è un Paese quasi completamente cristiano. Nel non consigliare l’uso dei preservativi le Chiese e l’Islam si assomigliano molto. In un posto in cui l’infezione da Hiv è davvero endemica, si riesce ad anteporre la cosiddetta questione morale al diritto di vivere che è di ogni individuo. Per quanto sembri assurdo, qui funziona in questo modo. E così una società come quella malawiana, nella quale l’uomo è frequentemente un fabbricante di figli ma molto raramente è marito o padre, si racconta che l’astinenza e la fedeltà sono la strada da percorrere.
E credere che questa tendenza possa cambiare non è realistico, se si considera che, a chi ha chiesto loro per quale motivo accettano di fare sesso così giovani, le duecento ragazze della scuola superiore locale non hanno mai risposto: “per amore”. Le ragazzine che frequentano la scuola secondaria hanno piuttosto raccontato che i ragazzi per andare a letto con loro sono disposti a offrire del sapone, e qui il sapone è un bene prezioso. Altre hanno ammesso che qualcuno propone dei soldi o che sono i genitori stessi a spingerle verso gli uomini.
Le tradizioni locali non aiutano per niente la prevenzione del diffondersi dell’Hiv. Basta considerare che qui, quando i bambini si avvicinano alla pubertà dovranno sottoporsi al rito di iniziazione. Accompagnati fuori dal villaggio, i maschi saranno circoncisi alla meglio; le bambine, invece, una volta raggiunto il luogo preposto, scopriranno che il loro compito è quello di concedersi ad un adulto. In un Paese dove un uomo su due è sieropositivo.
E poi se si ha la disgrazia di nascere donna è meglio sperare che non sopraggiunga anche quella di rimanere vedova. Non in tutti i distretti del Malawi, ma in quasi tutto il nord, alla fine del periodo di lutto la vedova è tenuta ad andare a letto col fratello maschio del defunto marito. Anche solo una volta, casomai, ma bisogna farlo. In un Paese dove un uomo su due è sieropositivo.
Le tradizioni, si sa, non sempre hanno un chiaro perché...
Diversamente da quanto accade in altri Paesi africani, nessuno qui finge che l’Aids non esista, che non li riguardi. John Saini, direttore di “Pride”, il mensile locale di attualità e politica, nel suo editoriale di ottobre scriveva: “La piaga dell’Aids sta sconvolgendo l’intera nazione. Uomini e donne in età fertile muoiono tutti i giorni e la popolazione di orfani aumenta a vista d’occhio. Questi bambini sembrano avere un futuro di fame e desolazione. Non c’è accesso al cibo in questo Paese. È ora che i nostri politici guardino in faccia le calamità che stanno colpendo la nostra patria e che reagiscano prendendo le necessarie misure”. Insomma anche la stampa fa presente alle élite locali in grado di leggere e di spendere 300 kwacha per acquistare un mensile illustrato, che questo popolo si sta estinguendo, che questa gente si vede morire senza speranze.
Nella capitale Lilongwe, in un edificio abbastanza modesto, trova posto l’ufficio della delegata dal governo per le questioni legate alla malnutrizione e all’Aids. La dottoressa Mary Shawa ci riceve in un completo rosa dietro ad una porta sulla quale un adesivo col disegno di un preservativo riporta: “Just wear it”, che in italiano suona più o meno come “Usalo!”. Secondo l’analisi della dottoressa Shawa il diffondersi dell’Aids rischia di portare in pochi anni all’estinzione completa della classe dirigente del Paese.
“Da noi - spiega - l’Hiv sta colpendo prevalentemente gli adulti sessualmente attivi. La maggior parte delle persone infette ha fra 25 e 35 anni. Con la loro scomparsa non rimarranno che bambini ed anziani, evidentemente non in grado di mandare avanti il Paese”. Spiega che secondo le statistiche ufficiali il 15 percento della popolazione sarebbe affetto dal virus, ma quando le facciamo presente che ci sembra un computo ottimistico lei ammicca e dice: “nella posizione in cui sono, posso solo darvi le cifre ufficiali”. Oggi tremila malawiani hanno accesso ai farmaci antiretrovirali, ma per sua stessa ammissione sarebbero almeno 170 mila i cittadini che ne hanno bisogno.
“In pochi anni - si giustifica la dottoressa Shawa - siamo passati ad assistere da zero a tremila persone. Oggi ogni mese inseriamo nella lista degli aventi diritto cinquanta nuove persone ma mancano le risorse per fare di più”.
In effetti mancano, mancano risorse umane ed economiche. Secondo la legge locale solamente il personale sanitario che ha avuto una ulteriore formazione può distribuire i farmaci antiretrovirali. Solamente medici, infermieri e farmacisti specializzati possono consegnare al malato i farmaci dopo una seduta di counselling di gruppo. Ma naturalmente bisogna formare i formatori prima ancora dei sanitari e bisogna dare agli uni e agli altri degli incentivi di natura economica. E così, per quanto la dottoressa Shawa sostenga che sono sessanta gli ospedali pubblici in cui si distribuiscono i farmaci per l’Aids, a noi risulta che i punti di distribuzione si trovino solamente al Central Hospital di Lilongwe, e negli ospedali di Blantyre, di Mangochi, di Mzuzu e di Chirandzulo.
E d’altra parte il finanziamento per l’acquisto dei farmaci antiretrovirali offerto dal Global Fund al governo del Malawi, è confermato solo fino al 2010. Che ne sarà di questa gente dopo?
“Noi contiamo sull’estensione del finanziamento - spiega con un vago imbarazzo la dottoressa Mary Shawa - ma nel frattempo i nostri economisti hanno messo a punto una strategia in grado di chiudere la falla in caso di necessità. Questo governo è disposto a destinare il due percento del Pil alla lotta all’Aids, a versare due milioni di dollari una tantum nelle casse del mio ufficio e ad alzare le tasse su beni di lusso come l’alcol, le sigarette, la benzina…”.
Insomma in pentola non bolle niente. Con le risorse del governo locale non si va molto lontano eppure in altri Paesi in via di sviluppo è stato possibile produrre i farmaci per la lotta all’Aids sottocosto, mettendo in circolazione i cosiddetti generici, farmaci copiati e pertanto vantaggiosi dal punto di vista del prezzo. Ma il Malawi non è capace di produrli. Secondo la dottoressa Shawa, non esiste un laboratorio locale che potrebbe garantire un prodotto di qualità. D’altro canto importare farmaci, casomai anche farmaci generici, per 170 mila persone è uno sforzo inimmaginabile per questo Paese.
“Da noi - conclude la dottoressa Shawa - ogni minuto muoiono per malnutrizione dodici persone ed ogni ora ne muoiono dieci per Aids. Stiamo svuotando l’oceano con un bicchiere, ma questo è quello che siamo in grado di fare. Temo che fra dieci anni questo Paese sarà catastroficamente spopolato, salvo che gli Stati uniti o altri governi esteri ci concedano i settantasette milioni di dollari a fondo perso che abbiamo chiesto e coi quali crediamo di riportare le cifre sulla diffusione dell’Aids sotto soglie accettabili”.
Per chi vive nei villaggi non c’è speranza. Il governo in carica per loro non ha messo a punto nessuna strategia e loro lo sanno benissimo. D’altra parte per avere accesso alla terapia antiretrovirale il malato deve andare ogni mese all’ospedale di riferimento e deve essere accompagnato da un parente. Ogni volta lo stesso parente. Per chi vive nei villaggi lontani dai punti di distribuzione, spesse volte arrivare all’ospedale è un vero miraggio. Molti non potrebbero mai camminare dalle loro capanne fino alla strada asfaltata e anche se in qualche modo ci riuscissero non avrebbero mai gli 800 kwacha che da lì servono per raggiungere l’ospedale distrettuale della città di Mangochi. 800 kwacha sono poco più di cinque euro, ma chi non ha niente, non ha niente. Ottenere almeno che i malati possano raggiungere gli ospedali senza accompagnanti potrebbe permettere la riduzione a metà delle spese da sostenere, ma i servizi sanitari non accettano: chi si presenta non accompagnato, non avrà la terapia e chi salta la terapia anche un’unica volta sarà escluso dalla lista degli aventi diritto.
Il dottor Biziwick Mwale, direttore esecutivo del National Aids Commission (NAC), ci riceve nel suo ufficio di Lilongwe. In un bel palazzo di vetro a quattro piani, la sua scrivania gode di una bella vista sulla capitale. Ci presentiamo senza appuntamento, ci riceve ugualmente. Ci fa accomodare in un salottino con divani barocchi ma quando ci presentiamo, quando gli segnaliamo il motivo della nostra visita, improvvisamente ricorda di essere molto occupato. Senza perdere tempo partiamo per Mangochi e ci dirigiamo verso l’ufficio del suo sottoposto, Ernest Katsukoja, rappresentante locale del NAC. Al contrario del suo superiore lui è molto cortese ma, esattamente come il dottor Mwale, non ci dà nessuna risposta significativa.
“Il problema dell’Aids - spiega - è subordinato a quello della malnutrizione che a sua volta è subordinato a quello della povertà. Non si può intervenire sull’Aids se prima non si scardina la fame la quale cessa di esistere solo se si vince la povertà”.
Facciamo notare che sulla poltrona del delegato distrettuale della Commissione nazionale per l’Aids è seduto lui e che queste risposte dovrebbe fornirle esattamente lui.
“La strategia che abbiamo - risponde senza imbarazzo Ernest Katsukoja - è quella di mobilitare le masse, di offrire dell’assistenza di base al domicilio, di promuovere la prevenzione coinvolgendo in ogni passo del percorso i mafumu, i capovillaggio”.
Certo, ma come si può mobilitare la popolazione se nel frattempo ha fame, se la gente non sa prevedere il suo destino nemmeno da oggi a domani?
“Non cercherò di nascondere - ammette infine - che la situazione è davvero allarmante. Siamo dentro ad un rompicapo. Non sappiamo come intervenire sulla povertà, se non attraverso interventi gratuiti da parte di altri governi o del Global Fund”.
Nella realtà del distretto di Mangochi bisogna fare i conti col fatto che il contesto rurale è dominante. Contemporaneamente è innegabile che l’agricoltura è a livelli di sussistenza e che le tecniche agricole in essere sono spesso poco funzionali.
Gemma Salvetti, che per Movimondo gestisce un progetto di sviluppo dell’agricoltura, racconta che insegnare a seminare un seme di mais per ogni buco scavato nel terreno e a distanziare le piantine è un’operazione quanto mai ardua.
I semi, gettati nella terra col sistema tradizionale, l’uno a ridosso dell’altro, non possono germogliare correttamente e spesso le piante di mais non si sviluppano come potrebbero. Inoltre se la stagione secca per una volta non cede il passo alle piogge, l’intero raccolto sarà perduto e la popolazione, una volta di più si troverà senza prospettive.
In questo contesto, povero, rurale e periferico, parlare di mobilitazione delle masse, prevenzione e assistenza al domicilio sembra fantascienza.
“Noi - conclude il signor Katsukoja - una soluzione ce l’avremmo. Si potrebbero formare delle persone, magari dei sanitari, ed organizzare delle équipe mobili. Loro potrebbero portare i farmaci direttamente nelle capanne di chi ne ha bisogno e lì, fra i loro cari e la gente del villaggio, potrebbero promuovere iniziative di prevenzione”.
Facciamo notare che il personale sanitario formato a questo scopo, semplicemente non esiste nemmeno negli ospedali e lui, finalmente, ammette di non vedere una via d’uscita. Sulla porta del suo ufficio, salutandoci, aggiunge ugualmente un pensiero: “Scriva che qui siamo ottimisti, lo dica in Italia che fra dieci anni i malati di Aids in questo Paese saranno meno di oggi”.
Forse perché saranno tutti morti?
Bisogna rientrare, sono quasi le sette di sera e qui è tardi. La notte passerà velocemente e domani mattina, nel dispensario di Namwera, una volta di più bisognerà essere capaci di guardare negli occhi senza flessioni chi verrà a chiedere aiuto, perché “qualche volta mi sento fredda come se non fossi una persona, e il cuore batte in fretta come se fosse in cielo”. |